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Metodiche di allenamento dei kata


Metodiche di allenamento dei kata

Nella pratica del Karate, come noto, i kata sono fondamentali.
Nei kata sono presenti:
1. tecniche fondamentali, necessarie a tramandare lo stile di una scuola
2. sequenze di difesa/contrattacco, da interpretarsi a vari livelli, a seconda del livello del praticante;
3. tecniche di respirazione/concentrazione energetica e di allenamento muscolare

Questi tre elementi sono solo una base: se ne potrebbero citare altri come
lo studio dei bunkai, le applicazioni "evidenti" (omote) e "nascoste" (ura) dei kata, oppure l'estrazione di singole parti e il loro adattamento a fini eventualmente sportivi/agonistici.

Usare un'opportuna metodica nell'allenamento dei kata è di grande importanza.
domande spesso poste dai praticanti:

- Perché praticare i kata?
Questa è la domanda che genericamente si pongono i praticanti di karate, o anche di
altre arti marziali (cinesi, giapponesi, thailandesi ecc.) a digiuno di tali conoscenze,
quando per la prima volta si trovano a studiarne uno, ma è anche la domanda che
spesso porta un praticante ad abbandonare un'arte marziale: una corretta metodica di
allenamento può aiutare il praticante a comprendere, almeno in parte, l'effettiva
importanza di un kata, e quindi ad apprezzarlo maggiormente. Al contrario un praticante che non conosca i molteplici significati dei kata vede spesso questi ultimi come un inutile retaggio del passato, da abbandonare,
noiosi e faticosi e per questo è portato a trascurarli.

- Perché le tecniche dei kata sono così diverse da quelle del kumite?
Anche questa è una domanda posta spesso dai praticanti. È necessario che il praticante
capisca (anche attraverso l'allenamento dei kata) che la tecnica codificata,
fondamentale (ki hon) è indispensabile per sviluppare facoltà motorie atte
specificamente al combattimento e - più genericamente - ad accrescere le sue capacità,
le sue percezioni e la sua reattività agli eventi esterni (propriocezione, percezioni
sensoriali, intuito). Ciò che NON ci si aspetta da un karateka è che combatta secondo
le tecniche fondamentali, o in posizioni rigide e codificate. Questo è uno dei principi
presenti anche nell'Aikido o in alcune arti marziali cinesi (Hung Gar e Tang Lang per
fare un esempio): studiare le tecniche per non avere alcuna tecnica, ma solo
movimenti.

- Perché tanti rituali da rispettare?
Anche l'aspetto rituale del kata è spesso difficilmente sopportato da praticanti
particolarmente inesperti, che in molti casi passano alle - meno marziali - discipline da
combattimento. Ferma restando la dignità di tali discipline, è bene che il praticante
capisca a fondo la differenza tra le due categorie di attività: il karate - così come tutte
le altre arti marziali - non è nato con fini agonistici, che in effetti costituiscono un
ramo del tutto collaterale all'arte: il rituale fa parte di una visione e di
una cultura appartenenti a un altro popolo, ed è parte integrante dell'arte. Così
l'esecuzione corretta del rei (saluto), all'ingresso, prima e dopo la pratica, prima e
dopo i kata o il kumite, i termini onorifici e gli altri rituali sono parte integrante del
kata e dunque del karate: a un livello ancor superiore, sono parte della formazione
caratteriale e della personalità del praticante.

veniamo alla descrizione delle principali metodiche di allenamento dei kata, che sono fondamentalmente cinque

1 - Senza contrazione, lentamente: il kata viene studiato tecnica per tecnica,
movimento per movimento, lentamente e senza contrazione muscolare. È la fase "di
studio" della sequenza, in cui ci si concentra massimamente sullo schema dei
movimenti, per apprenderlo correttamente. In questa fase è bene prestare attenzione
anche alla corretta esecuzione tecnica, alla respirazione e alla postura, per non
memorizzare errori che poi si rischia di mantenere nelle fasi successive.

2 - Velocemente e senza contrazione: il kata viene eseguito a grande velocità, ma
senza una forte contrazione dei muscoli (kime) e senza badare eccessivamente alla
correttezza formale. Si comincia a una certa velocità, tentando di aumentarla il più
possibile - ovviamente cercando di non scendere, dal punto di vista tecnico, al di sotto di
una soglia di decenza dell'esecuzione.

3 - Con kime, una tecnica per volta: adesso che la sequenza è stata appresa
correttamente, il kata viene eseguito osservando il kime nella maniera codificata. Le
tecniche vengono quindi eseguite con la rapidità a esse richiesta: in questo momento si
acquisiscono le basi per la corretta interpretazione del kata, con la differenziazione tra
tecniche di parata, di rottura, di assorbimento dell'attacco avversario, di spinta e arresto
dell'attacco avversario, di proiezione e infine di attacco vero e proprio.

4 - A tempi di misura: questa è l'esecuzione "verace" del kata, con il rispetto di
tutti i tempi codificati. Le tecniche vengono eseguite nella sequenza prestabilita, con il
kime opportuno e rispettando i tempi segnalati nell'esecuzione del kata. In questa fase è
di grande importanza conoscere il significato del kime e del kiai, che viene inserito come
obbligatorio almeno una volta per ogni kata. Un'esecuzione di questo tipo, normalmente,
lascia il praticante spossato, dal punto di vista fisico, nervoso e spesso anche emotivo.

5 - Lento e con elevata contrazione muscolare: questa pratica è presente
soprattutto in scuole come il Goju Ryu. Le tecniche vengono eseguite con una rapida e
ampia inspirazione: il caricamento di ogni tecnica (es. parate) è rapido, seguito da una
fase in cui la tecnica si sviluppa molto lentamente, con la contrazione quasi parossistica
di tutti i muscoli del corpo. Questa è una pratica molto faticosa, di grande effetto
allenante per la forza massimale e per il sistema cardiovascolare, anche se è bene non
eccedervi (alcuni ritengono che, a lungo andare, causi uno stress eccessivo al sistema
cardiovascolare).

La metodica elencata sopra cura tutti gli aspetti dello studio del kata, a partire dalla
sequenza in sé per passare all'esecuzione corretta: seguire una simile strategia di
allenamento permette di ottenere validi risultati nell'esecuzione dei kata e quindi un
karate di buona qualità; costituisce inoltre un ottimo allenamento muscolare e
propriocettivo ai fini stessi del miglioramento dell'individuo.

Unitamente alla pratica del kaisetsu (esemplificazione in stile dell'applicazione del
kata) e del bunkai (studio delle strategie e delle tecniche contenute in frammenti del kata,
al di là dell'applicazione stilistica delle tecniche), l'allenamento del kata, perseguito con
questa metodica può dare risultati ottimali e di lunga durata.

A tale metodologia si possono associare alcune pratiche collaterali, a mio avviso da
tenere in considerazione:

1 - A occhi chiusi. È un allenamento decisamente particolare, in grado di
stravolgere la sensibilità del praticante e di estenderla notevolmente, che si effettua
anche in molte scuole di judo (randori a terra). Un simile allenamento stimola al
massimo l'apparato sensoriale, che - privato del supporto degli occhi - deve sopperire
alla temporanea cecità con gli altri sensi e in particolare tramite il senso dell'equilibrio.

2 - Esecuzione "ura". Può essere effettuata in due modi: indietreggiando oppure
eseguendo il kata nella direzione opposta a quella codificata. Anche questo allenamento,
come il precedente, cancella tutti i riferimenti acquisiti nella pratica, costringendo il
praticante a un notevole sforzo di concentrazione e aprendogli la strada a nuove
interpretazioni possibili del kata.

3 - Esecuzione lenta, come nel Tai ji quan: questa è una pratica - a mio avviso -
da riservarsi a esperti del settore, in grado di comprendere certi aspetti dell'arte marziale
completamente estranei ai più. Come molti sanno il Tai ji quan è un'arte marziale che,
tramite una pratica estremamente lenta e con lo studio della respirazione e della
concentrazione, permette - secondo la teoria - lo sviluppo e la corretta circolazione di
una particolare energia chiamata in Cinese "qi" (in Giapponese "ki", in sanscrito
"prana"; in Italiano potremmo chiamarla "energia vitale" o "energia spirituale"). Tale
energia, presente in tutti gli esseri viventi e nello spazio esterno, è da molti anni oggetto
di studio da parte di importanti centri scientifici (come la NASA) e attualmente si sta
tentando una spiegazione razionale degli effetti della trasmissione del "qi" e del suo
allenamento (Qi Gong).
L'esecuzione di un kata in questa metodica prevede movenze molto lente e
controllate, senza interruzione tra una tecnica e l'altra (gli antichi dicono "come lo
svolgersi di un filo di seta"). Ogni tecnica ha inizio con un'inspirazione e termina con
un'espirazione, la contrazione muscolare durante l'esecuzione deve essere limitata al
minimo indispensabile per mantenere una postura corretta. La stessa postura viene
modificata, sollevandosi notevolmente. In quest'ottica può essere anche consigliabile
modificare le tecniche, allo scopo di non contrarre eccessivamente i gruppi muscolari
interessati (es. lo tsuki può essere sostituito con tecniche a mano aperta).
Un'esecuzione di questo tipo è da ritenersi molto interessante per i suoi effetti
sulla fluidità dei movimenti: un karateka che affianchi questo tipo di pratica (magari
allenandosi direttamente nel Tai ji quan) può notevolmente incrementare il controllo del
suo corpo, ottenendo risultati notevoli in termini di precisione e agilità dei movimenti -
oltre che in eleganza, cosa che non guasta.


Si ringrazia vivamente il Maestro Mentore Siesto, ho semplicemente adattato i suoi appunti dal Corso Allenatori CSEN 2003.